
Qui un fatto vero colpisce la nostra immaginazione: un annuncio per andare a pescare il salmone in Alaska per una stagione (ben remunerati seppur al freddo e al gelo su un peschereccio tutto il giorno!). Questa possibilità di “altrove” comincia a far sognare tanti nostri amici e conoscenti senza lavoro, senza prospettive, con una gran voglia di cambiamento e la testa che sbatte troppo spesso contro gli stessi muri. Da questo “fatto di cronaca” (che poi si rivelerà essere una gran bufala dell’agenzia organizzatrice per incassare le spese di iscrizione!), nasce il nostro progetto teatrale.
Tre personaggi in scena che non si incontreranno quasi mai, ma le cui vite sin intrecciano con fili sottili.
Francesca, che fa l’assistente di un mago sfigato, ha per marito un reduce di guerra senza gambe e occasionalmente fa la promozione di salmone in scatola vestita da pesce di fiume nel supermercato locale.
Vita, che vende enciclopedie porta a porta che non interessano a nessuno, fa morire investito il cane del suo ex amante (morto anche lui, aihmè, una storia che non andava da nessuna parte ma di cui bisogna portare il lutto), parla correntemente greco e latino antico e per solitudine passa i mercoledì pomeriggio a fare sesso con un reduce della Jugoslavia, senza gambe.
Markus Muller, un tedesco della Germania dell’Est che cerca il suo “altrove” in Italia, con un disperato viaggio i camper, che termina appena iniziato nella nostra cittadina nord italiana, a causa di un’avaria al motore. Markus non ha trovato il suo posto nel comunismo sovietico, è sopravvissuto con difficoltà al capitalismo del dopo-caduta-del-muro e troverà la luce nelle nebbie di Truzziano. Per lui l’ “altrove” è una condizione mentale permanente.
Un paesaggio suburbano desolato, androni di portoni dimenticati, fermate dell’autobus sotto la pioggia, teatrini di provincia, un cavalcavia, un centro abbronzante, la posta centrale, le toilettes di un centro conferenze… Ogni scena è un piccolo monologo (raramente un dialogo) che si iscrive in uno spazio piuttosto realistico, che pochi dettagli sono sufficienti a raccontarci per esteso.
Il tono è acido, tendente al vitriolo, comico, profondamente tragico.
Il testo del SALMONE D’ALASKA è nato con i personaggi in sala prove, con le pagine fitte di impressioni e sensazioni scritte dagli attori, con le nostre perigrinazioni nelle periferie di Settimo Torinese, Siziano, Bruino, Orbassano in cerca di “materia prima”, con la nostra ricerca sui paesaggi sonori (grazie alla complicità di Damien Turpin), il costume e la scenografia (grazie alla complicità dell’architetto Laurent Pellissier). Nonostante tutto il testo è frutto di una penna sola, quella di John McIlduff, che ha tramutato in scrittura questi elementi, facendo di una storia tutta italiana una versione impregnata del suo sarcasmo nordico, della sua forte visione registica che contraddistingue i suoi lavori precedenti. John ha scritto in inglese. Marco Bosonetto ha tradotto in italiano. Questo testo nasce in due lingue contemporaneamente, senza soluzione di continuità.
Si tratta di un testo che racconta per frammenti. Non c’è una vera continuità narrativa. Gli avvenimenti si desumono da piccoli indizi che cadono al momento meno opportuno.
Ecco dei frammenti (in ordine casuale) di questa scrittura che è in fase di elaborazione finale proprio in questi giorni (lasciamo in inglese alcuni brani ancora non tradotti per avere un’idea della versione anglofona).
sogno che rende accettabile l’esistenza umana.
